
Di Maurizio Trezzi
21 ottobre 2025
Sono ormai stabilmente attorno al 60% gli elettori che in Italia si recano alle urne nelle ultime tornate elettorali. La soglia psicologica dell’astensionismo di un elettore su due appare prossima dall’essere abbattuta alle elezioni politiche (nel 2002 hanno votato complessivamente il 64% degli elettori1) e ancor prima alle elezioni europee (dato nazionale del 2019 pari al 55%). Peggio fanno le amministrative (regionali Toscana 2025 votanti 47.73%2, Marche 2025 50,01%3) e le comunali con elezioni diretta e sistema a doppio turno dove, al ballottaggio, vota stabilmente meno del 50% degli aventi diritto. Lo stesso trend si assiste nelle principali democrazie mondiali. Alle politiche in Francia partecipano due elettori su tre. Negli USA Donald Trump ha vinto le presidenziali 2024 contando su un affluenza (quasi da record) del 64.1%. Nel Regno Unito alle consultazioni del 2024 si è superato di un niente il 60% dei votanti.
In un contesto politico sempre più personalizzato e dominato dagli estremismi sono le polarizzazioni più divisive a conquistare il maggior consenso. Il dato sull’astensione resta in realtà quello predominante in termini di “non-consenso”. Giorgia Meloni e il suo partito Fratelli d’Italia, sono forza di maggioranza relativa con il 25.454 dei voti ottenuti alle Politiche del 2022 che scende al 14.35% se riferito al totale degli aventi diritto. Poco più di un votante italiano su dieci ha scelto il partito delle premier.
Prima di ogni altra cosa occorrono strategie, proposte e candidati che sappiano attrarre gli elettori alle urne. E’ su questa partita che si disegneranno i futuri scenari politici nazionali e internazionali, determinati a cascata a valle delle elezioni “locali” sugli scacchieri geopolitici planetari, e sui posizionamenti capaci di intercettare il “non voto”.
Negli Usa il presidente Trump attua politiche di estrema destra, seguito a ruota da diversi suoi sodali in Europa, in sud America, in India e in Israele. E con queste carte Trump andrà ad affrontare i democratici alle prossime elezioni di mid-term.
La moderazione, il voto al centro, il terzo polo (per dirla all’italiana) sembrano dunque superati. Non sono di questo avviso un gruppo di editorialisti del New York Times che pubblica ieri – lunedì 20 ottobre – un lungo articolo, corredato da dati e analisi, nel quale afferma che sono i candidati più prossimi al cosiddetto “centro politico” ad avere risultati migliori rispetto ai più estremi. Chi governa con contenuti populisti e chi fa opposizione con altrettanti estremismi vuole oscurare questa “terra di mezzo”, riferita spesso a un elettorato che preferisce astenersi piuttosto che far sentire le proprie istanze per un serie di motivi analizzati da molti studiosi e analisti politici5.
Secondo l’articolo del NYT: “Negli ultimi dieci anni i repubblicani hanno sprecato occasioni di vittoria in Alabama, New Hampshire e altrove nominando candidati estremisti, mentre la senatrice Susan Collins del Maine, repubblicana moderata, è l’unica in carica che rappresenta uno Stato che vota stabilmente democratico alle elezioni presidenziali. Dal lato democratico, non ci sono progressisti come Alexandria Ocasio-Cortez o Bernie Sanders a rappresentare in Senato un distretto o uno Stato in bilico. Al contrario, i democratici che vincono le competizioni elettorali più contese si impegnano a fondo per segnalare agli elettori che sono meno progressisti del loro partito”.
I numeri citati dall’articolo sono chiari. Dei 17 democratici – 13 deputati e quattro senatori – che l’anno scorso hanno vinto in luoghi in cui ha vinto anche Trump, sono tutti candidati che si possono definire di “centro”.
I democratici a sinistra e i repubblicani a destra hanno passato anni a cercare di raccontare una storia diversa. Dice l’articolo: “Rivolgersi agli elettori indecisi è sbagliato e la strategia migliore consiste nel mobilitare la base elettorale con campagne puramente ideologiche”
L’analisi sostiene che questo sia sbagliato. Nonostante la forte polarizzazione avvenuta anche in Italia e la diminuzione di elettori contendibili negli schieramenti opposti, persuadere gli indecisi è diventato più difficile. L’obiettivo di una campagna elettorale dovrebbe quindi essere quello risvegliare una maggioranza latente – di sinistra o di destra – che è in attesa di essere ispirata a votare.
Trump ha intuito questa necessità nel suo quotidiano estremismo.
“Nel 2016 ha vinto – recita l’articolo – la nomination del partito e le elezioni generali nel 2016 rifiutando posizioni conservatrici che risultavano essere impopolari su aspetti quali la previdenza sociale, l’assistenza sanitaria e il commercio globale. Nelle ultime elezioni ha emarginato esponenti di spicco del Partito Repubblicano e ha dichiarato che avrebbe posto il veto su un divieto nazionale dell’aborto. Ha anche concentrato la campagna 2024 su aree in cui il Partito Democratico si era spostato più a sinistra nel decennio precedente e non era in sintonia con l’opinione pubblica, come l’immigrazione, le questioni transgender e alcune parti della politica educativa”.
Quello che si evidenzia da una attenta valutazione è come la moderazione trumpiana è comunque combattiva e populista nei termini con istanze di sinistra sul piano economico e di destra sulle questioni sociali. Un “centrismo rabbioso” come lo ha definito Lakshya Jain6, fondatore di Split Ticket, società di analisi politica.
Per riportare questo modo di fare politica alla realtà italiana e comprenderne una possibile applicazione occorrerebbe stravolgere alcuni dogmi dell’attuale posizionamento dei principali partiti.
Una sinistra più incline ad accettare politiche immigratorie selettive e controllate, una destra più attenta ai diritti e alle reali emergenze sociali potrebbero intercettare voti dall’elettorato indeciso.
Guardando alla costruzione di un “centro rabbioso” italiano i contenuti più premianti potrebbero essere proprio i temi del rispetto delle regole contro le politiche dei condoni. Degli investimenti per abbassare i costi dell’energia anche aprendo al nucleare senza considerarlo un tabù. Del far pagare le giuste imposte alle big tech internazionali e di prevedere politiche sull’immigrazione che comportino necessariamente un forte controllo dei flussi nel pieno rispetto dei diritti delle persone con un contrasto deciso alle attività dei boss del contrabbando di essere umani in nord Africa. Di una scuola che premi (e molto) il merito di insegnati e docenti capaci di aggiornarsi, che apra gli istituti per più ore al giorno per contrastare situazioni di abbandono a loro stessi dei giovani e sappia affrontare con competenza tecnologica le tematiche del presente e del futuro a discapito di chi vuole mantenere programmi e status quo ormai decisamente superati.
Di vincolare i politici eletti al loro partito per evitare i cambi di casacca, previsti dalla costituzione ma pensati nell’ovvio della Repubblica, ora percepiti dai cittadini come un tradimento dell’elettore e inseriti fra le motivazioni primarie di una disillusione sull’utilità del voto. La riproposizione di una politica fatta per impegno non per professione.
Sui temi dei diritti eradicare gli estremismi basati su posizioni di chiaro razzismo e incentivare politiche di inclusione e di senso civico diffuso ormai archiviate dietro la politica dell’odio e della ricerca del nemico ad ogni affermazione.
Una politica del buon senso, intesa come un “senso buono per ogni situazione” che va valutato e ponderato a seconda dei casi e non delle ideologie. Costruire coalizioni per vincere le sfide più importanti, come nel caso di governi tecnici di emergenza, dove il livello di mediazione politica resta confinato nei tempi ragionevoli e non porta a situazioni di stallo che favoriscono la politica del “non decidere”.
In particolare il Partito Democratico ha l’esigenza di poter accedere a questo elettorato silente, stante la costante diminuzione di consensi del Movimento 5 Stelle che lo rende ormai l’anello debole di quello che si definisce: “il campo largo”. Con AVS tornata a riunire la sinistra più ideologica e dichiaratamente di opposizione, la base elettiva del PD si deve allargare più fra i moderati erodendo, ove possibile, fasce di elettorato, attuali o vicine a Lega e Forza Italia e rispetto agli elettori che non si riconoscono nel modo di fare politica dell’attuale premier. Un Partito Democratico rivolto solo a sinistra e concentrato su questioni considerate importanti ma marginali rispetto ai grossi temi dei salari, del potere di acquisto, della sanità pubblica, del rispetto della proprietà privata, delle sicurezza (reale e percepita) è destinato a passare ancora molti anni all’opposizione.
Il rispetto della Costituzione, delle distinzioni delle cariche in seno allo Stato come elemento di controllo reciproco e di garanzia per la stabilità delle Repubblica sono dogmi fondanti del PD. Su queste va costruita una nuova semantica politica concentrata sui bisogni fondamentali e sui diritti e disposta a dialogare fuori dalle segreterie per aprirsi a posizioni meno aprioristiche e più vicine alla sensibilità dei cittadini.
Capitolo giovani. Al contrario di quanto accadeva nel secolo scorso oggi è di moda “essere di destra”. La GenZ si allontan da una sinistra a volte poco concreta e ancora idealista quindi distante dalle realtà sociali più in difficoltà. E’ il retaggio della cosiddetta “politica delle ZTL” che vince nei centri e viene triturata, o non trova modo di creare consenso, nelle periferie, nelle aree rurali e nei centri più lontani dalle metropoli dei grattacieli e delle metropolitane. Non si possono più ignorare questi segnali. Si vince portando i cittadini al voto non parlando sempre e solo ai propri fedelissimi.
Nel terzo millennio le trasformazioni dei partiti avvengono grazie ai loro leader. Condottieri capaci di smussare gli angoli delle ideologie ed elevare il dibattito con i cittadini sui loro problemi reali per proporre soluzioni. Dice l’editoriale del NYT: “Barack Obama ha dedicato più tempo di qualsiasi altro presidente a segnalare la sua moderazione. Ha parlato di adorare un Dio meraviglioso, ha criticato le aziende per aver ridotto i salari assumendo “lavoratori illegali”, ha detto di essere aperto a restrizioni sugli “aborti tardivi”, ha fatto arrabbiare i sindacati degli insegnanti favorendo misure di responsabilità, inizialmente si è opposto al matrimonio tra persone dello stesso sesso, ha sostenuto che le sue figlie non dovrebbero beneficiare delle azioni positive, ha criticato gli sprechi del governo ed è stato aggressivo su molte questioni militari. È anche l’unico democratico dopo Franklin D. Roosevelt ad aver vinto più di una volta la maggioranza dei voti popolari. Ora il suo partito si è spostato significativamente a sinistra da quando Obama ha lasciato la carica”.
Ritrovate Elly Schlein nella descrizione dell’Obama due volte vincitore negli USA?
Di fronte a una premier estrema in ogni sua affermazione, pugnace e bellicosa, è più opportuno seguire la sua linea politica e di comunicazione o provare a trovare nuovi linguaggi, nuovi contenti e nuove piazze pubbliche. Dare una visione dell’Italia proiettata nel medio lungo periodo, consapevoli che il cambiamento non potrà essere istantaneo. Occorre saper renderlo rassicurante e credibile con un’orizzonte fra 5/10 anni non di 3 mesi adatto solo a proteggere il posto o la poltrona.
L’articolo da cui prendono spunto queste righe propone una ricetta:
“La moderazione è una questione di rispetto. I politici non devono prestare attenzione a ogni singolo aspetto dell’opinione pubblica. A volte possono tentare di creare un nuovo consenso. Ma non possono liquidare le opinioni della maggior parte dei cittadini come disinformate e pensare che un giorno le masse cambieranno idea. Quando i politici ci provano, gli elettori di solito scelgono un’alternativa, anche distruttiva. Oggi quell’alternativa distruttiva è arrivata con Trump. L’antidoto è un centro politico creativo e rinvigorito”. Credete che questa sia la via da percorrere anche in Italia? Io si.
Note
1https://pagellapolitica.it/articoli/storia-affluenza-elezioni-italia
2https://elezioni.interno.gov.it/risultati/20251012/regionali/scrutini/primoturno/09
3https://dati.elezioni.marche.it/affluenza.html
4https://www.senato.it/leg/19/Elettorale/riepilogo.htm
5Salvarani, G., Bordignon, F., & Ceccarini, L. (2024). “Economic insecurity in the 2022 Italian general election: mobilization or withdrawal?” (Italian Journal of Electoral Studies, Vol. 87 No. 2) e anche Holbein, J.B., & Hylligus, R. Making Young Voters, (2020) Cambridge University Press
6https://www.washingtonpost.com/opinions/2025/02/25/2024-election-moderate-candidate-voters/
